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Due chiacchiere su una panchina: intervista ad Alessandro Minorati

“Ai miei ragazzi auguro di poter soddisfare ogni loro desiderio, pallavolistico e no, e di vivere con l’ambizione di poter fare qualsiasi cosa vorranno. Ai loro genitori invece chiedo di supportare sempre la squadra. Reputo fondamentale il tifo positivo, contribuisce più del sospettato alla crescita di ogni atleta”.

  • Quale squadra alleni, da quanti anni lavori con la Pallavolo Gonzaga, come e quando hai incontrato per la prima volta la pallavolo, se sei stato giocatore (così come nel caso tu non abbia mai giocato) come pensi influisca sul tuo ruolo di allenatore l’esperienza in campo.

Per far capire come il mio percorso nella Pallavolo Gonzaga meriti proprio questo nome, inizio dichiarando che da piccolo leggevo “L’Oblò del Gonzaga” (solo i veterani lo ricorderanno). Era una pubblicazione cartacea settimanale, come una gazzetta, con interviste e risultati riguardanti l’Associazione. Oggi mi ritrovo ad essere protagonista di un articolo simile a quelli che leggevo.

Questo è il primo anno che lavoro con la Pallavolo Gonzaga come tecnico, ma avendo giocato per dieci anni nel suo settore giovanile ho sviluppato sangue rosso-giallo. Ho iniziato a 12 anni, quasi la stessa età dei giovani atleti della mia U12 maschile, per continuare a divertirmi insieme ai miei compagni di classe; poi è diventata una vera e propria passione.

Penso che essere stato giocatore permetta di comprendere al meglio tante delle piccole dinamiche, da quelle molto positive alle più complesse, che possono crearsi in un gruppo. Inoltre, la mia giovane età mi mette nelle condizioni di vestire all’occorrenza i panni di un fratello maggiore per i piccoli atleti: questo mi piace, perché ne scaturisce un ambiente sereno dove lavorare…a volte anche troppo sereno, ma in fondo ciò che conta è che un fratello indirizzi sempre sulla retta via.

  • Qual è il fondamentale più difficile da insegnare? Qual è quello più difficile da allenare?

Quando si è alle prese con le giovani leve, si punta ad insegnare quelle che sono le basi o come piace dire a me le “fondamenta”, per poter costruire in futuro qualcosa di solido quanto una casa.

Quindi mi aspettano compiti importanti e difficili, tra questi anche la didattica del palleggio, ricco di insidie e variabili tecniche.

  • Quali caratteristiche ricerchi in un giocatore/trice?

In un giocatore cerco la capacità di relazionarsi con i compagni e la predisposizione al sacrificio. La prima per il rispetto che bisogna portare ad ogni compagno, la seconda per essere un esempio non solo all’interno della squadra, ma anche per i più piccoli.


  • Qual è la tua ambizione sportiva più grande?

È il primo anno da allenatore, le ambizioni dovrebbero essere moderate, ma mentirei affermando di non aver pensato alla vittoria. Quella con cui sto lavorando è una squadra che in questi mesi di allenamento ha dimostrato una grande crescita, quindi perché non puntare in alto?

L’obiettivo principale di quest’anno sportivo rimane comunque portare a casa quanta più esperienza possibile dal campo di gioco. Spero di incrociare diverse correnti di pensiero, squadre che propongano visioni di gioco alternative alla nostra, sfide stimolanti, in modo che tutto ciò possa giovare all’esperienza mia e delle mie “piccole pesti”.

I risultati di classifica saranno un premio all’impegno che dimostriamo ogni settimana in palestra.

  • Scegli un oggetto presente in palestra durante le gare: in cinque parole, cosa direbbe di te?

Si dice spesso “se questa mura potessero parlare…”

Le mura della Palestra A in via Settembrini mi hanno visto crescere, sono la mia seconda casa e credo che possano essere orgogliose di me nonostante da piccolo le “maltrattassi” a suon di bagher, palleggi e schiacciate. Queste pareti hanno visto lacrime di gioia e di tristezza, hanno subito schianti e schiaffi…oggi però, più che parlare, ascoltano le mie spiegazioni ai nuovi piccoli pallavolisti, prima di tornare a compiere il loro modesto ma essenziale mestiere di muro.

Non c’è compagno migliore di un bel muro, perché è in grado di restituirti ciò che hai dato: l’importante è saperlo comprendere.

Approfitto degli echi che arrivano dai muri per unire la mia voce: ai miei ragazzi auguro di poter soddisfare ogni loro desiderio, pallavolistico e no, e di vivere con l’ambizione di poter fare qualsiasi cosa vorranno. Ai loro genitori invece chiedo di supportare sempre la squadra, che si tratti del proprio figlio o di un suo compagno. Reputo fondamentale il tifo positivo, perché contribuisce più del sospettato alla crescita di ogni atleta.

  • Se fossi un cibo, nel momento in cui entri in palestra quale saresti? E se fossi un’emozione?

Un bombolone, di quelli che fanno fermare i bambini sognanti; infatti penso di essere perfetto per allenare questa fascia d’età a livello relazionale. Ciò che sento di essere in palestra, di conseguenza, è “attento”, perché i piccoli pallavolisti assorbono completamente la mia concentrazione durante le ore insieme.

Ringrazio Alessandro, “Mino”, per la freschezza delle risposte e il sorriso pacato con cui le ha date.

A presto

[ Giacomo De Martino ]