Formazione dirigenti

Una squadra che cresce: la serata di formazione dei Dirigenti Accompagnatori della Pallavolo Gonzaga
Ci sono ruoli che non finiscono nelle foto di fine partita, non ricevono applausi dalle tribune e spesso non vengono nemmeno nominati quando si racconta una vittoria. Eppure, senza di loro, quella vittoria non esisterebbe. La serata di formazione del 14 ottobre della Pallavolo Gonzaga è stata dedicata proprio a queste presenze silenziose e fondamentali: i Dirigenti Accompagnatori.
È stata una serata che ha avuto il sapore delle cose autentiche, di quelle che non servono solo a organizzare ma a ricordare perché si fa ciò che si fa. In un tempo in cui lo sport rischia spesso di essere ridotto al risultato, Pallavolo Gonzaga ha scelto di fermarsi e tornare all’essenza, mettendo al centro le persone, le relazioni, il valore educativo di ogni gesto.
In questo contesto, il Dirigente Accompagnatore prende forma non come una figura tecnica o burocratica, ma come una presenza che tiene insieme i pezzi. È chi arriva prima degli altri e va via per ultimo, è chi ascolta, osserva, media, sostiene. È chi crea un ponte tra allenatore, squadra e famiglie senza mai mettersi al centro, ma facendo in modo che tutto possa funzionare al meglio.
Durante la serata è emerso chiaramente che questo ruolo non si improvvisa. Non basta esserci, bisogna saper esserci nel modo giusto. Serve affidabilità, quella che ti porta a dire “non lo so” ma anche a cercare una risposta. Serve consapevolezza, per ricordarsi che ogni azione è parte di un progetto più grande. Serve professionalità, anche quando il ruolo è volontario, perché i ragazzi meritano serietà. Serve positività, la capacità di cercare soluzioni quando sarebbe più facile trovare colpe. Serve imparzialità, per guardare ogni atleta con lo stesso sguardo. Serve esempio, perché i comportamenti parlano più delle parole. E serve collaborazione, quella vera, che non invade ma supporta.
E poi c’è tutto ciò che questo ruolo non è. Non è essere il genitore di qualcuno dentro la squadra, non è prendere posizione, non è commentare le scelte degli allenatori o alimentare dinamiche tra genitori. Non è esporsi quando sarebbe più utile proteggere. È un equilibrio sottile, che richiede presenza e misura, coinvolgimento e distanza.
Quello che si è respirato durante l’incontro è stato qualcosa che va oltre le indicazioni operative. È stata la consapevolezza di far parte di una comunità che crede nello sport come strumento di crescita, dove vincere è importante ma non è la cosa più importante. Dove ogni adulto ha una responsabilità educativa, anche quando non allena, anche quando non entra in campo.
Alla fine, quello che resta è l’immagine di una squadra che non è fatta solo di atleti, ma di persone che scelgono ogni giorno di esserci per gli altri. Persone che sanno che il loro contributo forse non sarà visibile, ma sarà fondamentale.
Perché in fondo è proprio così che si costruiscono le cose che durano. In silenzio, insieme.